北京人 Běijīng rén

Quello che mi passa x la capoccia….

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Category : viaggi

Litang

Arrivo a Litang il 27 gennaio 2018 e alloggio presso una pensione/ostello che ho trovato su wikitravel.org: la pensione si dice sia gestita dal ‘mitico’ Longlife (ed in effetti è gestita da lui) e si chiama Peace Guesthouse (in cinese: 和平宾馆) ed è in Cheng Dong He Lu N. 45 (in cinese: 城东河路45号). Da non confondere con un’altro ostello che in inglese si chiama anche ‘Peace Guesthouse’ ma in cinese ha un nome diverso (si chiama: 平安涉外旅馆) ed è in Xingfu East Road N.345 (幸福东路345号), a 300 metri dall’ostello di Longlife. Entrambe vicine alla vecchia stazione degli autobus (infatti ne esiste anche una nuova a un paio di chilometri dal centro città che si chiama 康南客运中心,cioè Kang Nan Passenger Transport Center o semplicemente 新车站, nuova autostazione ed è da dove partono i pullman per Daocheng).
Il contatto Wechat di Longlife per chi volesse maggiori informazioni o non riuscisse a trovare l’ostello è: Longlife868
All’arrivo all’ostello la reception è totalmente incustodita (non si vede anima viva) ma 10 minuti dopo aver contattato Longlife su Wechat arriva una signora(la moglie?) che mi mostra la stanza (una camera a dieci letti occupata solo da me e da un’altra persona) a 30 yuan a notte.
La camera che mi viene data sembra essere stata una ‘casa da te’ (c’è l’insegna ‘茶馆’ all’ingresso), con tanto di bancone e scaffali dietro al bancone.
La stanza non ha riscaldamento (fuori ci sono temperature che vanno sottozero di notte), ma in compenso i letti hanno coperte elettriche. Oh, e il bagno è alla turca…ma che pretendi ? Questa è una cittadina di 50000 anime completamente tagliata fuori dai benefici della moderna civilizzazione (o quasi, sto esagerando): per tutto il pomeriggio (per dire) non c’è stata corrente elettrica (la corrente è mancata in tutta la città a causa di un black out mi dicono :O) ed è stata ripristinata nella pensione verso le 19:00 solo grazie a un generatore a gasolio.
A Litang(città a 3900 metri sul livello del mare) quando arrivo fa un freddo porco e spira un vento del diavolo: mi reco a mangiare presso un posto che si chiama 成都豆花川菜馆 (Chéngdū dòuhuā chuāncài guǎn), dove presso un altro tavolo ci sono una serie di individui tibetani che sembrano guardarmi in cagnesco (alcuni con cappelli da cowboy) che sembrano usciti da un film di Tarantino, da Reservoir Dogs (‘Le Iene’), per essere precisi.
Il giorno dopo è una bellissima giornata, cielo terso, niente vento, si sta una favola.
Litang è la città che ha dato i natali al settimo Dalai Lama e mi vado a vedere la sua casa natale che è in una sorta di villaggio dove sono collocate anche altre dimore storiche/religiose: anche qui la stessa sensazione di Kangding e cioè che questi non siano posti unicamente per turisti ma posti vissuti dall’etnia tibetana che popola la cittadina (di turisti in realtà non ne ho visto manco uno se non in ostello). Dopo l’omaggio al Dalai Lama, visita al tempio Chöde Gompa (enorme) che si trova alla sommità di una collina alla fine di un villaggio (separato dal resto della città) fatto di case ‘tradizionali’ tibetane: una bella camminata sotto il cielo azzurro e immerso in un’aria pulitissima(e rarefatta visto l’altezza) fino al tempio dove ci sono decide di persone immerse nella preghiera o intente a girare le ruote della fortuna(scherzo, non so come si chiamino) vicino agli stupa che precedono l’ingresso al tempio. Nel tempio stesso c’è una statua enorme del Buddha che si dice sia stata portata a piedi da Lhasa(Tibet). Dalla sommità del tempio si godono viste spettacolari delle montagne circostanti e delle case tradizionali tibetane che precedono l’arrivo al tempio.
Altro giro, altra giostra…nel pomeriggio mi reco in quello che in cinese si chiama ‘pagoda bianca'(白塔) dove ci sono imponenti ruote di preghiera (ecco come si chiamavano! non ruote della foruna) attorno cui la gente compie i suoi giri rituali: ce ne sono letteralmente a dozzine di queste ruote, due delle quali veramente enormi ed imponenti. E nel cortile che precede l’accesso a queste due route più grandi ci sono delle specie di giacigli dove la gente sembra che faccia delle flessioni (rituale a me sconosciuto).
E..oggi è stato il giorno dello yak…ravioli di yak a pranzo e pezzottoni di yak e patate intinte in salsa di soia a cena :)
In definitiva: Litang è una città a fortissima presenza tibetana, un’aria ancora potenzialmente instabile a causa di rapporti non sempre pacifici con la popolazione cinese di etnia Han.

Kangding

Arrivo a Kangding nel tardo pomeriggio da Chengdu in pullman dopo un viaggio di 7 ore: all’uscita dalla stazione degli autobus torme di individui mi si avventano contro, c’è chi vuole portarmi a Chengdu in minibus (ehy, sto appena venendo da lì!), chi altrove, chi vuole offrirmi una camera d’albergo…esperienza totalmente diversa rispetto all’arrivo in grandi metropoli (Chengdu, Pechino…) dove sei totalmente ignorato.
Con l’ausilio di Baidu Map e del GPS mi reco in ostello e sulla via verso lo stesso, ogni 20 metri mi sento chiamare (‘hello, hello!’, ‘where are you from?’) , sorridere o più in generale sono osservato.
Kangding mi fa subito un’ottima impressione: totalmente diversa dalla stragrande maggioranza delle città cinesi fatta da palazzoni tutte uguali, la strada principale è attraversata da un fiume impetuoso (mi dicono che sia acqua proveniente dalle migliori sorgenti della Cina) e da palazzi adornati da uno stile peculiare che fa delle strade di questa città di centomila abitanti a 2500 metri di quota un posto molto piacevole in cui passeggiare. Del tipo: ci sono immagini di divinità buddhista dipinte sul lato del monte che sovrasta la città che sono illuminate di notte.
Ammantato dal peso del mio zaino continuo ad attraversare la città fino ad arrivare all’ostello che si chiama Yangqieer Hotel (indirizzo: Xiangyang St. N.105 – 向阳街105号), dove ad accogliermi alla reception c’è un tizio che non parla mezza parola di inglese(poco male, io parlo cinese), che dopo le dovute formalità burocratiche (moduli, registrazioni di nome e numero di passaporto), mi da la tessera magnetica e mi accompagna nella stanza-dormitorio fatta di una serie di letti a castello sistemati in una specie di incastro labirintico e isolati l’uno dall’altro anche da una serie di tende che possono essere chiuse in caso si desideri più privacy.
La sera mi vado a fare un’immersione presso uno stabilimento termale, dove mi danno accesso a una vasca di acqua bollente proveniente da una sorgente ricca di zolfo e altri elementi benefici per il prezzo di 20 yuan(2,50 euro al cambio attuale) l’ora ! Un relax bellissimo. Questo stabilimento è enorme e hanno qualche decina di stanze private ognuna col proprio buco/piscina termale.
Il giorno dopo è una bellissima giornata di sole e ne approfitto per salire sul Paoma Shan (il monte Paoma – 跑马山): la funivia che mi porta alle pendici del monte è totalmente VUOTA, a parte me non c’è nessuno e una volta arrivato in cima incontro non più di 3-4 turisti nelle 2 ore totali in cui ci sono stato. Sulla cima ci sono una serie di templi buddhisti (2 per la precisione di cui uno dedicato alla divinità Guanyin), uno stadio da palio con cavalli e palo centrale annessi e una serie di sentieri che conducono tra i vari posti della montagna affiancati da centinaia di bandiere di preghiera buddhiste. E ci sono viste pazzesche sulla città e sulle montagne circostanti.
Arrivato di nuovo giù per strada noto in diverse macellerie sul lato della strada interi yak totalmente scuoiati e messi in vendita: si vedono le teste e gli zoccoli delle suddette bestie tagliate, una scena alquanto macabra…ma la carne di yak deve essere bbbbuona! (ma ancora non l’ho provata).
Comunque, dopo, in giornata visito altri 2 templi: il tempio Nan Wu e il tempio Jingang appartenenti a due ordini buddhisti differenti, il primo dei cosiddetti ‘gelupka'(o dei ‘berretti gialli’) e il secondo dei ‘berretti rossi’. La cosa che mi ha colpito è che queste enormi costruzioni coperte da tetti d’oro abbaglianti sono effettivamente il domicilio e il luogo di preghiera di centinaia e centinaia di monaci, posti effettivi dove i devoti vanno a pregare, posti vissuti dalla gente comune e non come nel resto della Cina una sorta di attrazione turistica dove l’accesso è regolato da un biglietto di ingresso(qui l’accesso è gratuito) che li trasforma in macchine da soldi assalite da orde di turisti ogni giorno.
Sono costruzioni davvero imponenti e piacevoli da visitare, con tutte le loro decorazioni e bandiere di preghiera e cortili enormi dove passeggiare.
Più tardi, verso sera, staziono in un caffè ‘all’occidentale’ che si chiama ‘Himalayan Coffe’ ma di ‘Himalayan’ non ha niente visto che servono espresso italiano e caffè all’americana: comunque un posto piacevole dove sedersi a un tavolino per un paio d’ore sorseggiando ‘caramel macchiato’, mangiando qualche buona porcheria e assolvendo ai doveri multimediali/comunicativi quotidiani.

Zhangjiajie (ho visto nebbia che voi umani non potete nemmeno immaginare..)

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(Posto questo resoconto di Zhangjiajie prima di altri post di tappe precedenti del viaggio perchè non so quando parlerò delle tappe precedenti)
Il mio cammino verso Zhangjiajie comincia il 22 gennaio 2018, quando di buon ora (anche se veramente non so cosa avesse di buono visto che erano le 5:45 di mattina) esco dall’ostello di Changsha (capoluogo della regione cinese dello Hunan) e immerso in un’alba livida mi reco presso la stazione dei treni dove mi aspettano 5 ore di viaggio (ho prenotato una cuccetta così continuo a dormire, tie’ !) verso Zhangjiajie.
Zhangjiajie oltre ad essere il nome della città omonima (piuttosto insignificante) e di un villaggio nei pressi della città, è soprattuto il nome di una delle aree del parco di Wulingyuan (che molti chiamano invece ‘Zhangjiajie’) ed è uno dei posti scenograficamente più belli al mondo, una serie di montagne dalle forme stranissime, quasi aliene …bellissime (a giudicare dalle foto): tra l’altro negli ultimi anni sono state costruite delle passarelle di vetro trasparenti che pendono sugli strapiombi ai lati di queste formazioni montuose dando la possibilità di ammirare panorami da togliere il fiato.
In tutti i modi il mio piano era di visitare il Tianmen Shan (il Monte Tianmen), vicino la città di Zhangjiajie il primo giorno e la Tianzi Shan (vicino al villaggio di Wulingyuan, che è anche il nome del parco naturale) durante il secondo giorno.
Il mio ostello è nel suddetto villaggio di Wulingyuan, che è a 1 ora e 15 minuti di pullman dalla stazione dei treni di Zhangjiajie(che è dove sono arrivato da Changsha): l’ostello è proprio all’entrata del parco naturale, vicino al Tianzi Shan dove ci sono i panorami più spettacolari del parco.
Ad ogni modo, prenoto una stanza singola(ho voglia di quiete e silenzio!) in questo posto che si chiama Zhangjiajie 1982 Chujian International Hostel (in cinese: 张家界1982初见客栈): per 160 yuan(20 euro) mi danno una stanza enorme con bagno in camera solo per me…veramente niente male.
Dopo essermi rinfrancato e aver avuto una buona notte di sonno (dopo 10 giorni di ostelli e dormite sul pavimento) alle 08:00 prendo il pullman per la stazione dei treni di Zhangjiajie e da lì , con una camminata di 10 minuti, arrivo ai piedi della funivia che mi porterà sopra il monte Tianmen (天门山 in cinese).
Un suggerimento: se alloggiate in ostello fatevi prenotare il biglietto della funivia invece di prenderlo alla biglietteria, questo vi eviterà una fila che nei giorni di maggiore affluenza può arrivare anche a 2 ore; e, altro suggerimento, se vi fate prenotare il biglietto dall’ostello vi daranno un codice con cui prelevare il biglietto presso la funivia (funivia in cinese si dice 索道 suo dao), però quando arriverete alla funivia la fila presso la quale ritirare il biglietto non è la normale fila che si farebbe per comprarlo ma quella presso un’altra biglietteria alle spalle della biglietteria ‘regolare’ che si chiama ‘Group Ticket Office’ (in cinese: 团队售票处) dove ci si deve recare per prelevare il biglietto prenotato: in ogni modo quando sono arrivato io sia la biglietteria regolare sia la ‘Group Ticket Office’ erano completamente deserte ed era una scena alquanto spettrale visto che le biglietterie enormi e con lunghissime transenne sembravano destinate ad accogliere migliaia di persone.
Comunque, una volta ottenuto il biglietto, mi reco presso l’entrata della funivia (senza fare un secondo di fila!) ,dove salgo a bordo(ehy, è la funivia più lunga dell’Asia, mi dicono!) e inizio la salita….ma ….all’inizio della salita si vede della nebbia attorno ma c’è ancora visibilità, ma man mano che la cabina si avvia verso la cima si comincia a vedere sempre meno fino a che, a circa un terzo della salita, io e gli altri 7 occupanti della cabina siamo completamente avvolti da una coltre di nebbia che avvolge completamente qualsiasi punto intorno a noi: NON SI VEDE NIENTE! La visibilità è ridotta a meno di 30 metri: in occasioni del genere il biglietto dovrebbe essere la metà o la funivia dovrebbe essere chiusa del tutto (che senso ha?).
Scesi dalla funivia si hanno due opzioni da scegliere: ‘East Line’ o ‘West Line’ ma in ogni caso entrambe le linee si congiungono nel punto dall’altra parte della montagna (che è circolare), quindi una volta arrivati alla fine della East Line si può prendere la West Line e viceversa (oppure in alternativa alla fine di una delle due linee si può prendere la seggiovia che riporta di nuovo a dove la funivia era arrivata).
Ad ogni modo, una volta che la funivia è arrivata in cima la situazione è la stessa: visibilità ridotta a zero o quasi.
E in più ci sono altri due inconvenienti (anzi 3):
-Le scale mobili che portano alla Tianmen Dong (in cinese 天门洞 , la grotta Tianmen) sono chiuse per riparazioni dal 17 dicembre 2017 (io ci sono stato il 22 gennaio 2018).
-Come conseguenza della chiusura delle suddette scale mobili anche l’accesso alla Tianmen Dong, una delle parti più spettacolari del Monte Tianmen, è precluso.
-L’accesso a una delle 3 passarelle TRASPARENTI sospese nel vuoto, la ‘Coiling Dragon Cliff Glass Bottom Cliffside Path’ (o 盘龙崖玻璃栈道 in cinese) è SBARRATO, ci sono lavori in corso e quindi è inaccessibile (poco male, visto che si sarebbe comunque visto poco).
-ahh…numero 4: l’accesso al monte+funivia costa 258 yuan + 5 yuan per la passerella di vetro sul versante est della montagna (in cinese: 东线玻璃栈道, che è quella che ho fatto io) + 25 yuan per la seggiovia(non funivia! ma una seggiovia per due persone) che porta dalla fine (dall’incrocio) della ‘East Line’ e ‘West Line’ fino al punto dove era arrivata la funivia e a dove si deve riprendere per scendere a valle. Per un totale di 288 yuan.

Punti positivi:
-la nebbia da al tutto un’aria MOLTO mistica (non so perchè ma in casi del genere si pensa SEMPRE a Dracula) che a tratti è anche affascinante ma il punto è che la nebbia è davvero TROPPA, si vede davvero pochissimo.
-la seggiovia (non la funivia!) da una sensazione di essere sospesi tra le nuvole, soprattutto con così tanta nebbia, veramente strana (interessante) ma anche qui la nebbia è davvero troppa.
-le varie passerelle(di legno) che penzolano dai lati della montagna e la passerella di vetro su cui sono stato danno un’idea che SE SI VEDESSE QUALCOSA sarebbe davvero spettacolare.

Ah, sul Tianzi Shan non sono stato perchè è prevista pioggia (e tanta altra nebbia).

CINA: Hongcun e Xidi

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Hongcun: stagno della luna (月沼 -Yue zhao) con carne annessa.

Hongcun: stagno della luna (月沼 -Yue zhao) con carne annessa.

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Hongcun: Lago Meridionale (南湖 Nan Hu)

Hongcun: Lago Meridionale (南湖 Nan Hu)

Xidi: 敬爱堂 (palazzo Jinghai)

Xidi: 敬爱堂 (palazzo Jinghai)

Xidi: una strada

Xidi: una strada

Cronache di viaggio …..
E’ il 9 gennaio 2018 e l’ultima notte a Pechino, nonostante la sbronza, è stata davvero triste: tanti arrivederci che non mi fanno stare bene e che in compenso mi ricordano che nella capitale cinese ho tanti amici e non dovrei andarmene (anche se alla fin fine tutti quelli che stanno lì se ne vanno tutti… :-( ).
In ogni modo la mattina del 9 gennaio, dopo solo 3 ore di sonno e una sbronza epocale (ma non più epocale del solito) viene a salutarmi G. e mi metto in marcia verso la stazione col cervello che mi pulsa vorticosamente.
La stazione Ovest (Xi Zhan ) di Pechino è il solito delirio fatto di migliaia di vite che si accalcano arrembando verso i treni: un’enorme fiumana che si fa largo verso i binari di quell’enorme mostro di cemento che la stazione West di Beijing. Alle 13:00 riesco ad approdare sul treno e dopo pochi minuti piombo in un sonno agitato scandito dagli improperi (che avverto tra sonno e veglia) scanditi dai miei vicini di cuccetta: mi aspettano 20 ore di treno.
Sono diretto verso Huangshan (in cinese: 黄山市) che è sia il nome della cittadina adiacente alla “yellow mountain”(che si chiama appunto Huangshan in cinese), sia il nome della montagna stessa: ad aumentare la confusione c’è il fatto che la suddetta città ha due nomi e cioè Huangshan (per l’appunto) e Tunxi (in cinese: 屯溪) per motivi a me ancora ignoti.
Arrivo a Huangshan (alias Tunxi) la mattina del 10 gennaio ed è una bellissima giornata di sole e ci sono 10 gradi (10 in più di quando sono partito da Pechino): la stazione di Huangshan sembra la stazione di Salerno negli anni ’80 (ahah): stesse dimensioni e MOLTO scalcagnata…infatti seppure con un esterno appariscente l’intonaco all’interno se ne cade a pezzi.
Dalla stazione dei treni prendo un taxi (costo: 10 yuan, meno di un euro e mezzo) che mi porta alla stazione dei pullman di Tunxi/Huangshan da dove prendo un pullman per Hongcun, villaggio dell’etnia cinese Hui a 1 ora e mezza di distanza: il villaggio insieme con Xidi (altro villaggio) è patrimonio UNESCO. All’ingresso del villaggio mi reco presso uno sportello informazioni da dove un’addetta chiama la responsabile dell’ostello/guest house che mi viene a prelevare.
Huangshan è un villaggio estremamente scenografico fatto di laghi, dedali di vicoli, canali e cibo auto-prodotto nel villaggio.
Nell’ostello che si chiama Qingheyue(清和月) dopo le 5 di pomeriggio (è inverno) fa un freddo boia e le aree comuni (sala da pranzo, biblioteca, reception) non solo non sono provviste di riscaldamento ma sono completamente aperte (!) per cui fa un freddo allucinante (durante la notte la temperatura cala a 2-3 gradi)….sono pazzi questi cinesi.
Il giorno successivo viaggetto direzione Xidi in cui rispetto ad Hongcun si nota una differenza sostanziale: qui la gente ci vive ancora, la cittadina è viva, non è solo quasi esclusivamente un posto turistico come Hongcun, c’è un po’ un’atmosfera da ‘tempi andati’, da ritmi di campagna e sensazione che oltre all’immancabile arrivo del turismo parecchia gente viva ancora di agricoltura, allevamento e pesca (si vede gente lavare i panni nel pozzo…per dire!).
Al ritorno da Xidi , ancora Hongcun dove mi perdo (piacevolmente) nei vicoli del villaggio e dove dopo una mezzora e un paio di snack mangiati per strada riesco a trovare l’ostello.
Qualcuno dica a sta gente di riscaldare gli edifici…dio Carol. freeeeddd!!

p.s. non so perchè alcune foto perdono di risoluzione quando le carico sul blog.
mio Facebook con più foto: https://www.facebook.com/viva.i.funghi

NICARAGUA: Da Ometepe alle Corn Islands

questo lo avevo scritto a Dicembre 2013 ma aspettavo di pubblicare prima parti precedenti del viaggio in America Latina (centro America) ma visto che non l’ho mai fatto, lo pubblico ora (5 Agosto 2015).

Rama. imbarco per Bluefields

Rama. imbarco per Bluefields

panga da Rama a Bluefields

panga da Rama a Bluefields

la "amena" cittadina di Bluefields in Nicaragua

la “amena” cittadina di Bluefields in Nicaragua

la nave cargo Captain D da Bluefields a big Corn Island

la nave cargo Captain D da Bluefields a big Corn Island

la piu' piccola delle due "Corn Islands": islita

la piu’ piccola delle due “Corn Island”: islita

la piu' piccola delle due Corn Islands: islita

la piu’ piccola delle due Corn Islands: islita

la piu' piccola delle due Corn Islands: islita.  Dal portico di un bar.

la piu’ piccola delle due Corn Islands: islita. Dal portico di un bar.

Arrivare da Ometepe (isola nel Lago de Nicaragua, nel sud del Paese) alle Corn Islands via terra è
una impresa che richiede un’ottima dose di determinazione (e una buona scorta di pazienza e di
“prenderla-come-viene”): I trasporti per parte del (lungo) viaggio spesso cambiano orari di partenza
senza preavviso ed è difficile calcolarne I tempi. Lascio Santa Cruz, vicino all’istmo (se dice così?),
che collega le due parti dell’isola di Ometepe (a forma di otto) verso le 8 di mattina, in un minibus insieme ad altri dell’ostello (Little Morgan, un’ostello senz’altro “affascinOnte”).
Ho ancora sintomi della sbronza della sera prima e il rincoglionimento per una sveglia alle sette di
mattina si fa sentire. Comunque, alle 9 prendo il traghetto da Moyogalpa (uno degli insediamenti
più grandi dell’isola, l’altro è Altagracia) a San Jorge. Ad aspettarmi nella cittadina del santo Giorgio
c’è un pullman (uno dei soliti “chicken bus”, scuola bus -nord- americani in disuso
adattati a trasporto locale) che mi porta a Managua (capitale-dove-non-c’è-un-cazzo-da-vedere del
Nicaragua) da dove prendo un taxi (con la solita contrattazione: “120 cordoba” “….nooo 50 cordoba!”
“bueno, 80 cordoba amigo…” , “no, no…” [e faccio per andarmene], “esta bien, esta bien, 60 cordoba!” eheheheheh anni di Cina hanno affinato “the art-of-contrattazzziooon”) per El Mercado Mayoreo da dove dovrei prendere il bus che mi porta a El Rama (città fluviale, porta per la costa caraibica): il fatto è che sono l’una e mezza di pomeriggio e come mi dice il bigliettaio al terminal dei pullman il prossimo pullman per Rama è alle 18.30: cinque ore dopo! (forse perchè è domenica I trasporti sono ridotti) Essenzialmente mi girano I coglioni e per altro la pillola anti mal di mare (o mal di lago dovrei dire) che ho preso prima di partire dall’isla de Ometepe porta la mia sonnolenza e rincoglionimento a picchi inesplorati. In ogni modo, decido di mangiare, avvolto da questo mio stato di trance e poi vedere come fare: mangio in un comedor (un posto dove si magna inZomm’) lurido e per la prima volta da quando sono arrivato in centro-America ho l’impressione di una povertà diversa da quella che avevo visto fin’ora: avevo sempre avuto il senso di un caos gioioso, di una povertà che allo stesso tempo si esprimeva in allegria e rilassatezza ma al Mercado Mayoreo a Managua ho l’impressione di una disperazione e di una durezza di una condizione sociale iniqua che prima non avevo avvertito.
In tutti I modi, dopo mangiato, vado in giro per lo stazionamento dei pullman e chiedo a un autista di microbus se sa di un bus per Rama prima delle 18.30 (o forse un minibus)…lui dice che va a Juigalpa (sentendolo mi sembrava “uigalpa”) che è sulla via per Rama e da lì forse posso trovare un passaggio: io ancora in stato di atroce stordimento non capisco un cazzo di quello che dice e penso che possa portarmi direttamente alla mia meta finale e salgo sul microbus: ‘sto coglione invece non mi porta manco a Juigalpa ma pur avendomi fatto pagare il biglietto intero (in ogni caso solo 77 cordoba, 2 euro) mi fa scendere 1 ora prima dicendo “eccolo! È il bus diretto per Rama!” ma quando salgo sul suddetto “chicken bus” scopro che va a Juigalpa e non a El Rama. MANNAGGIA DIO! La bestemmia contro il suddetto figlio di zoccola imperversa ma in ogni modo arrivo a Juigalpa verso le 3 e un quarto e dopo circa mezz’ora prendo un pullman per Nueva Guinea, un posto sperso in mezzo alla foresta, nel Nicaragua centro-orientale. Chiedo dove scendere per cambiare nuovamente pullman per arrivare all’agognata meta finale e mi viene ripetutamente detto “alla curva!” , “alla curva!” e io penso: “ma che minchia è sta curva?”, ma comunque dopo un paio d’ore di viaggio in piedi su un pullman sovraffollato (e pieno di studenti universitari) arrivo alla famosa curva che altro non è che una deviazione per cui da una parte si va a Nueva Guinea e dall’altra e El Rama. E alla curva suddetta mi aspetta il pullman per El Rama che arriva prima delle 7(di sera): altro viaggio di un paio d’ore in piedi(meglio del bus delle 18.30 da Managua che arrivava dopo mezzanotte comunque). A El Rama, cittadina fluviale spersa da qualche parte in Nicaragua, presa una camera in un “albergo” per 200 cordoba(meno di 6 euro per una camera piccola ma decente, con perfino il bagno in camera), mi reco al molo dove compro il biglietto per la “panga” che il giorno dopo mi porterà a Bluefields(250 cordoba, 7 euro). Magnato il solito gallo pinto(fagioli e riso, sUstanzialmend) con una qualche carne con salsa di jalapeno, più qualche patata ripiena di formaggio (il tutto per meno di 3 euro), decido di dormire, visto che la partenza della panga il giorno dopo è prevista per le 5.30 di mattina. Una panga sostanzialmente è una bagnarola galleggiante lunga quattro metri e larga due con delle assi sistemate in mezzo dove sono sedute (stipate) ‘na ventina di persone: il viaggio in panga è una cosa che diciamo mi da l’impressione di essere un immigrato albanese in viaggio verso l’Italia (ma in realtà sono in viaggio da Rama a Bluefields) e comunque il viaggio sul fiume è piacevole e il panorama fluviale interessante (mi ricorda il Vietnam o qualche giungla nel sud-est asiatico) e si vedono perfino alcune case di legno costruite sul bordo del fiume, nell’isolamento più totale (immagino niente corrente elettrica, telefono, eccetera). Il viaggio è piacevole almeno fin quando non inizia a piovere a dirotto e ci viene dato un telo di plastica che copre tutta l’imbarcazione e che I passeggeri devono mantenere con le mani per non farlo volare via: una scena che mi sembra anche abbastanza ridicola. Con il cielo che manda giù acqua a secchi arrivo a BlueFields circa 1 ora e quaranta minuti dopo la partenza (verso le 8 meno dieci di mattina) e vicino al molo di arrivo un tipo in impermeabile giallo mi accompagna al molo da dove dovrebbe partire la nave cargo per le Corn Island: sto tipo insiste per vendermi il suo impermeabile per 20 cordoba e continua a chiamarmi “messicano” che non so se sia un modo comune di chiamare gli stranieri in questa parte di mondo o se veramente mi ha preso per messicano. Rifiuto l’impermeabile ma gli do lo stesso le 20 cordoba (ben 50 centesimi di euro) ma la nave cargo per le Corn Island non c’è: parte di mercoledì (e al momento è lunedì), mi tocca aspettare 2 giorni a Bluefields, una città portuale che col suo trambusto e gente affaccendata in ogni tipo di attività mi ricorda(come atmosfera) un misto tra qualche quartiere popolare di Napoli, spruzzato con un’aria languida e dismessa di marca caraibica. A BlueFields la gente (qualcuno) parla anche inglese, eredità della dominazione britannica. Inglese che in realtà è un creolo che mi fa pisciare dalle risate (è un accento inglese alquanto strano).
Comunque sembrano tutti molto affabili, disponibili, alla mano.
Finalmente, due giorni dopo, viene il momento per la nave cargo (la “Captain D” o qualcosa del genere) di partire: la partenza è prevista per le 11.00 del mattino da Bluefields: arrivo al molo verso le 10 e la nave è arrivata (credo) non molto tempo prima da Rama ed è stracolma di casse di Tona (una delle due birre del Nicaragua), altra roba e una dozzina di maiali. Le operazioni di carico e scarico vanno avanti per almeno altre due ore e per le 12.00 finalmente parte. Tempo un ora o poco più e si ferma a El Bluff, dall’altra parte della baia, verso l’oceano e il motivo per cui si ferma….è..che….è a corto di carburante! Quindi intanto che il carburante viene pompato nella nave (un’imbarcazione non troppo grande alla quale nel frattempo sono state aggiunte altre casse di merce, porci,qualche veicolo e una cinquantina di persone) arriva gente con delle barche che dalla fiancata del Captain D inizia a mandare sopra altri maiali, un televisore, qualche scatolone, valige varie, eccetera…in ogni caso, dopo circa un’ora finalmente la nave riparte…ma dopo 10-15 minuti torna ad attraccare di nuovo nello stesso punto e il motivo ora è che devono caricare una decina di barili di benzina: passa un’altra ora (o forse due) e intorno alle 4 di pomeriggio finalmente parte definitivamente per le Corn Islands: il viaggio procede abbastanza tranquillamente (l’imbarcazione è abbastanza grande e il mare non è tanto agitato, quindi sobbalza molto poco), quindi tutto procede bene se non fosse per la musica oscena (sostanzialmente le stesse 4,5 canzoni che continuano a mandare a ripetizione) e un soggetto che non so se ubriaco o non al 100% col cervello che continua a urlare (o “cantare”) cose insensate e ad arrampicarsi sull’albero della nave tra le bestemmie dei marinai che tentano di convincerlo a scendere. Dopo altre 6 ore (e 10 ore dopo la partenza da Bluefields), verso le 10 di sera arriva a (big) Corn Island. Notte passata nel primo albergo(leggi bettola) affianco al porto e la mattina dopo panga per Little Corn Island (20 minuti).
Impressioni su Little (Corn) Island (anche detta islita) ? Non ci sono automobili, ci sono due strade in tutto che vanno intorno l’isola (delle sorta di marciapiedi-sentieri), sabbia bianca, spiagge(poche), palme da cocco, banani, qualche ristorante e bar e un paio di dive center. Tutto molto lento, rilassato….nessuno ha fretta di andare da nessuna parte. Ho la fortuna di beccare un paio di giorni soleggiati nella piovosissima costa caraibica del Nicaragua…yes, bitch! Un paio di giorni di panza al sole, mare e latte di cocco all’ombra delle palme della islita che sì, scenograficamente è veramente da urlo, esattamente come uno immaginerebbe un “paradiso tropicale” (tropicale? Vabbè..). Salute

Messico: Cancun, Holbox, Merida….

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Ottobre 2013. Il viaggio Cina-Italia via terra risale ad ormai 3 anni fa e il viaggio in America latina risale a 1 anno (fine 2013).
Questo è quello che ho scritto un annetto fa (ora è Ottobre 2014):
Sono diretto in Messico e ci vado partendo da Bruxelles dove mi ospita per qualche giorno D., vecchio amico dei tempi dell’università a Napoli: mi ha fatto molto piacere rivederlo e constatare come fortunatamente certe persone non cambino(almeno per il momento). A Brussels ho incontrato di nuovo anche S., che viveva anche lei nella casa-comune di Montesanto (Napoli) ormai 8 anni fa: sono stati momenti molto piacevoli con entrambi.
Fa fresco e il treno per l’aeroporto della capitale belga parte dalla stazione Nord, nel mezzo delle prostitute nere che vendono dalle vetrine le proprie mercanzie.
L’arrivo a Cancun(Messico) è abbastanza scioccante: a parte lo scalo a Cuba(Varadero) per far scendere e salire altri passeggeri(cosa credo mai vista nella storia del trasporto aereo, o quanto meno mai vista da me), all’arrivo la temperatura è di oltre 30 gradi e….sono abbastanza rintronato dal cambio di fuso e dall’idea di trovarmi dall’altra parte del mondo, un’altra parte del mondo molto diversa dalla (per me) familiare (se non pure “di casa” si potrebbe dire) Asia. Non so niente dell’America Latina, ci metto piede per la prima volta e non ho nessun punto di riferimento mentale: non so che tipo di gente ci abita, quale “stato mentale” è la normalità o quanto meno quello predominante. Insomma sono alquanto disorientato.
All’immigrazione quando l’impiegata della dogana messicana mi chiede “vacanza?” credo che stia parlando in Italiano e rispondo “sì sì ….vacanza”: poi mi rendo conto che forse parlava in spagnolo; e questa è un’altra cosa anomala per me: in altri paesi in cui sono stato tipo Cina(dove ho vissuto per circa 5-6 anni) o tutti i paesi asiatici o medio-orientali in cui sono approdato la lingua era totalmente differente da quella nativa e, a parte il cinese, delle altre non ne capivo una sillaba o quasi; ma una lingua così vicina all’Italiana ma che comunque non parlo mi disorienta alquanto “la capisco o non la capisco?”: mi fa sentire un rincoglionito(non che forse probabilmente non lo sia). Arrivo al centro di Cancun: tutte case basse, di un paio di piani al massimo, e mi reco da S. che mi ospiterà a casa sua tramite couchbriochesurfing: un tipo che è istruttore di immersione subacquea (scuba diving) che mi da parecchi consigli per viaggiare in Centro America (che sembra aver girato in lungo e in largo) e fornisce una camera tutta per me per riposare le mie membra distrutte dal viaggio e il mio cervello sconvolto dal cambio di temperatura e dal fuso orario. Il giorno dopo mare tutto il giorno: Cancun è una città estremamente turistica, quasi “la Rimini del Messico” si potrebbe dire piena com’è di resort e alberghi a non finire. Ma comunque ora essendo “bassissima stagione” (secondo le parole del mio ospitante Couchsurfing) le spiaggie sono mezze vuote….ed è una goduria! Acque dai colori entusiasmOnti e spiagge visivamente affascinOnti sono tutte per me! :) Me la godo per un paio di giorni al mare e S. e il suo coinquilino mi danno un po’ di validi consigli per il viaggio (e la condivisione di un certo numero di birre nella night life di Cancun).
Prossima tappa: ISLA HOLBOX Isoletta sulla costa nord del Quintana Roo (uno stato messicano), quasi in Yucatan(altro stato messicano), comunque sopra la penisola dello Yucatan. E’ la fine della stagione delle piogge (fine ottobre) e dopo 3 giorni di sole a Cancun, il tempo all’isola dell’xBox sembra estremamente variabile, tra uno scroscio di pioggia e un inondazione di sole. Holbox è un’isola senza macchine, solo pedoni(ma con kart da campo di golf), e strade fatte di sabbia bianca: un posto di totale pace nel quale oziare e godersi il mar dei Caraibi, fatto in questo caso di spiagge bianche, strani uccelli(tucani? forse), barche di piccole dimensioni adagiate sulla spiaggia e sporadici turisti. Essendo bassissima stagione ci sono pochissimi visitatori e spiagge quasi deserte. Il mio ostello è pieno di amache sulle quali ronfare …zzzz….e poi faccio la conoscenza con le +quesadilla+ , ‘na specie di +taco+ (ma completamente chiuse, non aperte) piene di formaggio (“queso” significa formaggio) e altro: very gooood….ne mangerò una quantità spropositata in Messico. Poi tre-quattro Corona a sera di ordinanza e il tempo passa in allegria.
Dopo un paio di giorni a Holbox, traghetto alle cinque e mezza di mattina per Chiquila (20 minuti) e poi pullman per Merida : il pullman sembra fermarsi lettaralmente ogni momento per far salire e scendere gente, principalmente sembrano studenti di età da medie/superiori italiane, il dubbio che mi viene è a che ora inizi la scuola se questi prendono un pullman alle sei e mezza di mattina. Sulla strada tra Chiquila (sulla costa di fronte all’Isla Holbox) e Merida mi rendo conto in che stato sia la rete stradale messicana: in pratica una stradina a una sola corsia(per senso di marcia) in mezzo alla campagna è il collegamento esistente tra queste due città e le strade che ho percorso in tutto il Messico centro-meridionale non sono in stato migliore. Merida è una cittadina di dimensioni ridotte, di epoca coloniale, con sanpietrini (‘na specie) e case a un solo piano del diciannovesimo secolo. La sua piazza principale è stata costruita in gran parte smembrando (durante la conquista spagnola) monumenti maya per costruire i palazzi della dominazione spagnola (edifici governativi, chiese, monumenti celebrativi): il che sembra abbastanza triste ma da anche alla città un’aria singolare, affascinante. Il mercato è un delirio(come molti mercati in centro America) e vale la pena andarci anche solo per l’atmosfera di caos e vitalità che si respira ed è anche molto grande e ci si trovano chioschi con roba da mangiare a prezzi super stracciati…..come per esempio la +pibil de pollo+ (“pollo” è pronunciato “poglio”), una specie di foglia (di banano?) con avvolto pollo e altre spezie all’interno: cibo tipico di questa parte di Messico. L’ostello in cui sto è appunto una vecchia casa coloniale fatta di cortili uno nell’altro e una grande piscina nel cortile finale, affascinOnte direi.

Il mio viaggio in America Latina

itinerario centr ame

Messico
1.Cancun
2.Isla Holbox
3.Merida
4.Tulum
5.Coba
6.Calakmul
7.Palenque
8.San Cristobal De Las Casas
9.San Juan Chamula
10.Oaxaca
11.San Jose del Pacifico
12.Puerto Angel
13.Zipolite
14.Puerto Escondido

Guatemala
1.Quetzaltenango
2.San Pedro La Laguna
3.Antigua
4.Guatemala City
5.Semuc Champey
6.El Estor (e Finca El Paraiso)

Honduras
1.Copan Ruinas
2.Santa Rosa
3.Gracias
4.La Ceiba
5.Utila

Nicaragua
1.Leon
2.Isla De Ometepe
4.Bluefields
5.Corn Islands
6.Granada