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Quello che mi passa x la capoccia….

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NICARAGUA: Da Ometepe alle Corn Islands

questo lo avevo scritto a Dicembre 2013 ma aspettavo di pubblicare prima parti precedenti del viaggio in America Latina (centro America) ma visto che non l’ho mai fatto, lo pubblico ora (5 Agosto 2015).

Rama. imbarco per Bluefields

Rama. imbarco per Bluefields

panga da Rama a Bluefields

panga da Rama a Bluefields

la "amena" cittadina di Bluefields in Nicaragua

la “amena” cittadina di Bluefields in Nicaragua

la nave cargo Captain D da Bluefields a big Corn Island

la nave cargo Captain D da Bluefields a big Corn Island

la piu' piccola delle due "Corn Islands": islita

la piu’ piccola delle due “Corn Island”: islita

la piu' piccola delle due Corn Islands: islita

la piu’ piccola delle due Corn Islands: islita

la piu' piccola delle due Corn Islands: islita.  Dal portico di un bar.

la piu’ piccola delle due Corn Islands: islita. Dal portico di un bar.

Arrivare da Ometepe (isola nel Lago de Nicaragua, nel sud del Paese) alle Corn Islands via terra è
una impresa che richiede un’ottima dose di determinazione (e una buona scorta di pazienza e di
“prenderla-come-viene”): I trasporti per parte del (lungo) viaggio spesso cambiano orari di partenza
senza preavviso ed è difficile calcolarne I tempi. Lascio Santa Cruz, vicino all’istmo (se dice così?),
che collega le due parti dell’isola di Ometepe (a forma di otto) verso le 8 di mattina, in un minibus insieme ad altri dell’ostello (Little Morgan, un’ostello senz’altro “affascinOnte”).
Ho ancora sintomi della sbronza della sera prima e il rincoglionimento per una sveglia alle sette di
mattina si fa sentire. Comunque, alle 9 prendo il traghetto da Moyogalpa (uno degli insediamenti
più grandi dell’isola, l’altro è Altagracia) a San Jorge. Ad aspettarmi nella cittadina del santo Giorgio
c’è un pullman (uno dei soliti “chicken bus”, scuola bus -nord- americani in disuso
adattati a trasporto locale) che mi porta a Managua (capitale-dove-non-c’è-un-cazzo-da-vedere del
Nicaragua) da dove prendo un taxi (con la solita contrattazione: “120 cordoba” “….nooo 50 cordoba!”
“bueno, 80 cordoba amigo…” , “no, no…” [e faccio per andarmene], “esta bien, esta bien, 60 cordoba!” eheheheheh anni di Cina hanno affinato “the art-of-contrattazzziooon”) per El Mercado Mayoreo da dove dovrei prendere il bus che mi porta a El Rama (città fluviale, porta per la costa caraibica): il fatto è che sono l’una e mezza di pomeriggio e come mi dice il bigliettaio al terminal dei pullman il prossimo pullman per Rama è alle 18.30: cinque ore dopo! (forse perchè è domenica I trasporti sono ridotti) Essenzialmente mi girano I coglioni e per altro la pillola anti mal di mare (o mal di lago dovrei dire) che ho preso prima di partire dall’isla de Ometepe porta la mia sonnolenza e rincoglionimento a picchi inesplorati. In ogni modo, decido di mangiare, avvolto da questo mio stato di trance e poi vedere come fare: mangio in un comedor (un posto dove si magna inZomm’) lurido e per la prima volta da quando sono arrivato in centro-America ho l’impressione di una povertà diversa da quella che avevo visto fin’ora: avevo sempre avuto il senso di un caos gioioso, di una povertà che allo stesso tempo si esprimeva in allegria e rilassatezza ma al Mercado Mayoreo a Managua ho l’impressione di una disperazione e di una durezza di una condizione sociale iniqua che prima non avevo avvertito.
In tutti I modi, dopo mangiato, vado in giro per lo stazionamento dei pullman e chiedo a un autista di microbus se sa di un bus per Rama prima delle 18.30 (o forse un minibus)…lui dice che va a Juigalpa (sentendolo mi sembrava “uigalpa”) che è sulla via per Rama e da lì forse posso trovare un passaggio: io ancora in stato di atroce stordimento non capisco un cazzo di quello che dice e penso che possa portarmi direttamente alla mia meta finale e salgo sul microbus: ‘sto coglione invece non mi porta manco a Juigalpa ma pur avendomi fatto pagare il biglietto intero (in ogni caso solo 77 cordoba, 2 euro) mi fa scendere 1 ora prima dicendo “eccolo! È il bus diretto per Rama!” ma quando salgo sul suddetto “chicken bus” scopro che va a Juigalpa e non a El Rama. MANNAGGIA DIO! La bestemmia contro il suddetto figlio di zoccola imperversa ma in ogni modo arrivo a Juigalpa verso le 3 e un quarto e dopo circa mezz’ora prendo un pullman per Nueva Guinea, un posto sperso in mezzo alla foresta, nel Nicaragua centro-orientale. Chiedo dove scendere per cambiare nuovamente pullman per arrivare all’agognata meta finale e mi viene ripetutamente detto “alla curva!” , “alla curva!” e io penso: “ma che minchia è sta curva?”, ma comunque dopo un paio d’ore di viaggio in piedi su un pullman sovraffollato (e pieno di studenti universitari) arrivo alla famosa curva che altro non è che una deviazione per cui da una parte si va a Nueva Guinea e dall’altra e El Rama. E alla curva suddetta mi aspetta il pullman per El Rama che arriva prima delle 7(di sera): altro viaggio di un paio d’ore in piedi(meglio del bus delle 18.30 da Managua che arrivava dopo mezzanotte comunque). A El Rama, cittadina fluviale spersa da qualche parte in Nicaragua, presa una camera in un “albergo” per 200 cordoba(meno di 6 euro per una camera piccola ma decente, con perfino il bagno in camera), mi reco al molo dove compro il biglietto per la “panga” che il giorno dopo mi porterà a Bluefields(250 cordoba, 7 euro). Magnato il solito gallo pinto(fagioli e riso, sUstanzialmend) con una qualche carne con salsa di jalapeno, più qualche patata ripiena di formaggio (il tutto per meno di 3 euro), decido di dormire, visto che la partenza della panga il giorno dopo è prevista per le 5.30 di mattina. Una panga sostanzialmente è una bagnarola galleggiante lunga quattro metri e larga due con delle assi sistemate in mezzo dove sono sedute (stipate) ‘na ventina di persone: il viaggio in panga è una cosa che diciamo mi da l’impressione di essere un immigrato albanese in viaggio verso l’Italia (ma in realtà sono in viaggio da Rama a Bluefields) e comunque il viaggio sul fiume è piacevole e il panorama fluviale interessante (mi ricorda il Vietnam o qualche giungla nel sud-est asiatico) e si vedono perfino alcune case di legno costruite sul bordo del fiume, nell’isolamento più totale (immagino niente corrente elettrica, telefono, eccetera). Il viaggio è piacevole almeno fin quando non inizia a piovere a dirotto e ci viene dato un telo di plastica che copre tutta l’imbarcazione e che I passeggeri devono mantenere con le mani per non farlo volare via: una scena che mi sembra anche abbastanza ridicola. Con il cielo che manda giù acqua a secchi arrivo a BlueFields circa 1 ora e quaranta minuti dopo la partenza (verso le 8 meno dieci di mattina) e vicino al molo di arrivo un tipo in impermeabile giallo mi accompagna al molo da dove dovrebbe partire la nave cargo per le Corn Island: sto tipo insiste per vendermi il suo impermeabile per 20 cordoba e continua a chiamarmi “messicano” che non so se sia un modo comune di chiamare gli stranieri in questa parte di mondo o se veramente mi ha preso per messicano. Rifiuto l’impermeabile ma gli do lo stesso le 20 cordoba (ben 50 centesimi di euro) ma la nave cargo per le Corn Island non c’è: parte di mercoledì (e al momento è lunedì), mi tocca aspettare 2 giorni a Bluefields, una città portuale che col suo trambusto e gente affaccendata in ogni tipo di attività mi ricorda(come atmosfera) un misto tra qualche quartiere popolare di Napoli, spruzzato con un’aria languida e dismessa di marca caraibica. A BlueFields la gente (qualcuno) parla anche inglese, eredità della dominazione britannica. Inglese che in realtà è un creolo che mi fa pisciare dalle risate (è un accento inglese alquanto strano).
Comunque sembrano tutti molto affabili, disponibili, alla mano.
Finalmente, due giorni dopo, viene il momento per la nave cargo (la “Captain D” o qualcosa del genere) di partire: la partenza è prevista per le 11.00 del mattino da Bluefields: arrivo al molo verso le 10 e la nave è arrivata (credo) non molto tempo prima da Rama ed è stracolma di casse di Tona (una delle due birre del Nicaragua), altra roba e una dozzina di maiali. Le operazioni di carico e scarico vanno avanti per almeno altre due ore e per le 12.00 finalmente parte. Tempo un ora o poco più e si ferma a El Bluff, dall’altra parte della baia, verso l’oceano e il motivo per cui si ferma….è..che….è a corto di carburante! Quindi intanto che il carburante viene pompato nella nave (un’imbarcazione non troppo grande alla quale nel frattempo sono state aggiunte altre casse di merce, porci,qualche veicolo e una cinquantina di persone) arriva gente con delle barche che dalla fiancata del Captain D inizia a mandare sopra altri maiali, un televisore, qualche scatolone, valige varie, eccetera…in ogni caso, dopo circa un’ora finalmente la nave riparte…ma dopo 10-15 minuti torna ad attraccare di nuovo nello stesso punto e il motivo ora è che devono caricare una decina di barili di benzina: passa un’altra ora (o forse due) e intorno alle 4 di pomeriggio finalmente parte definitivamente per le Corn Islands: il viaggio procede abbastanza tranquillamente (l’imbarcazione è abbastanza grande e il mare non è tanto agitato, quindi sobbalza molto poco), quindi tutto procede bene se non fosse per la musica oscena (sostanzialmente le stesse 4,5 canzoni che continuano a mandare a ripetizione) e un soggetto che non so se ubriaco o non al 100% col cervello che continua a urlare (o “cantare”) cose insensate e ad arrampicarsi sull’albero della nave tra le bestemmie dei marinai che tentano di convincerlo a scendere. Dopo altre 6 ore (e 10 ore dopo la partenza da Bluefields), verso le 10 di sera arriva a (big) Corn Island. Notte passata nel primo albergo(leggi bettola) affianco al porto e la mattina dopo panga per Little Corn Island (20 minuti).
Impressioni su Little (Corn) Island (anche detta islita) ? Non ci sono automobili, ci sono due strade in tutto che vanno intorno l’isola (delle sorta di marciapiedi-sentieri), sabbia bianca, spiagge(poche), palme da cocco, banani, qualche ristorante e bar e un paio di dive center. Tutto molto lento, rilassato….nessuno ha fretta di andare da nessuna parte. Ho la fortuna di beccare un paio di giorni soleggiati nella piovosissima costa caraibica del Nicaragua…yes, bitch! Un paio di giorni di panza al sole, mare e latte di cocco all’ombra delle palme della islita che sì, scenograficamente è veramente da urlo, esattamente come uno immaginerebbe un “paradiso tropicale” (tropicale? Vabbè..). Salute

Messico: Cancun, Holbox, Merida….

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Ottobre 2013. Il viaggio Cina-Italia via terra risale ad ormai 3 anni fa e il viaggio in America latina risale a 1 anno (fine 2013).
Questo è quello che ho scritto un annetto fa (ora è Ottobre 2014):
Sono diretto in Messico e ci vado partendo da Bruxelles dove mi ospita per qualche giorno D., vecchio amico dei tempi dell’università a Napoli: mi ha fatto molto piacere rivederlo e constatare come fortunatamente certe persone non cambino(almeno per il momento). A Brussels ho incontrato di nuovo anche S., che viveva anche lei nella casa-comune di Montesanto (Napoli) ormai 8 anni fa: sono stati momenti molto piacevoli con entrambi.
Fa fresco e il treno per l’aeroporto della capitale belga parte dalla stazione Nord, nel mezzo delle prostitute nere che vendono dalle vetrine le proprie mercanzie.
L’arrivo a Cancun(Messico) è abbastanza scioccante: a parte lo scalo a Cuba(Varadero) per far scendere e salire altri passeggeri(cosa credo mai vista nella storia del trasporto aereo, o quanto meno mai vista da me), all’arrivo la temperatura è di oltre 30 gradi e….sono abbastanza rintronato dal cambio di fuso e dall’idea di trovarmi dall’altra parte del mondo, un’altra parte del mondo molto diversa dalla (per me) familiare (se non pure “di casa” si potrebbe dire) Asia. Non so niente dell’America Latina, ci metto piede per la prima volta e non ho nessun punto di riferimento mentale: non so che tipo di gente ci abita, quale “stato mentale” è la normalità o quanto meno quello predominante. Insomma sono alquanto disorientato.
All’immigrazione quando l’impiegata della dogana messicana mi chiede “vacanza?” credo che stia parlando in Italiano e rispondo “sì sì ….vacanza”: poi mi rendo conto che forse parlava in spagnolo; e questa è un’altra cosa anomala per me: in altri paesi in cui sono stato tipo Cina(dove ho vissuto per circa 5-6 anni) o tutti i paesi asiatici o medio-orientali in cui sono approdato la lingua era totalmente differente da quella nativa e, a parte il cinese, delle altre non ne capivo una sillaba o quasi; ma una lingua così vicina all’Italiana ma che comunque non parlo mi disorienta alquanto “la capisco o non la capisco?”: mi fa sentire un rincoglionito(non che forse probabilmente non lo sia). Arrivo al centro di Cancun: tutte case basse, di un paio di piani al massimo, e mi reco da S. che mi ospiterà a casa sua tramite couchbriochesurfing: un tipo che è istruttore di immersione subacquea (scuba diving) che mi da parecchi consigli per viaggiare in Centro America (che sembra aver girato in lungo e in largo) e fornisce una camera tutta per me per riposare le mie membra distrutte dal viaggio e il mio cervello sconvolto dal cambio di temperatura e dal fuso orario. Il giorno dopo mare tutto il giorno: Cancun è una città estremamente turistica, quasi “la Rimini del Messico” si potrebbe dire piena com’è di resort e alberghi a non finire. Ma comunque ora essendo “bassissima stagione” (secondo le parole del mio ospitante Couchsurfing) le spiaggie sono mezze vuote….ed è una goduria! Acque dai colori entusiasmOnti e spiagge visivamente affascinOnti sono tutte per me! :) Me la godo per un paio di giorni al mare e S. e il suo coinquilino mi danno un po’ di validi consigli per il viaggio (e la condivisione di un certo numero di birre nella night life di Cancun).
Prossima tappa: ISLA HOLBOX Isoletta sulla costa nord del Quintana Roo (uno stato messicano), quasi in Yucatan(altro stato messicano), comunque sopra la penisola dello Yucatan. E’ la fine della stagione delle piogge (fine ottobre) e dopo 3 giorni di sole a Cancun, il tempo all’isola dell’xBox sembra estremamente variabile, tra uno scroscio di pioggia e un inondazione di sole. Holbox è un’isola senza macchine, solo pedoni(ma con kart da campo di golf), e strade fatte di sabbia bianca: un posto di totale pace nel quale oziare e godersi il mar dei Caraibi, fatto in questo caso di spiagge bianche, strani uccelli(tucani? forse), barche di piccole dimensioni adagiate sulla spiaggia e sporadici turisti. Essendo bassissima stagione ci sono pochissimi visitatori e spiagge quasi deserte. Il mio ostello è pieno di amache sulle quali ronfare …zzzz….e poi faccio la conoscenza con le +quesadilla+ , ‘na specie di +taco+ (ma completamente chiuse, non aperte) piene di formaggio (“queso” significa formaggio) e altro: very gooood….ne mangerò una quantità spropositata in Messico. Poi tre-quattro Corona a sera di ordinanza e il tempo passa in allegria.
Dopo un paio di giorni a Holbox, traghetto alle cinque e mezza di mattina per Chiquila (20 minuti) e poi pullman per Merida : il pullman sembra fermarsi lettaralmente ogni momento per far salire e scendere gente, principalmente sembrano studenti di età da medie/superiori italiane, il dubbio che mi viene è a che ora inizi la scuola se questi prendono un pullman alle sei e mezza di mattina. Sulla strada tra Chiquila (sulla costa di fronte all’Isla Holbox) e Merida mi rendo conto in che stato sia la rete stradale messicana: in pratica una stradina a una sola corsia(per senso di marcia) in mezzo alla campagna è il collegamento esistente tra queste due città e le strade che ho percorso in tutto il Messico centro-meridionale non sono in stato migliore. Merida è una cittadina di dimensioni ridotte, di epoca coloniale, con sanpietrini (‘na specie) e case a un solo piano del diciannovesimo secolo. La sua piazza principale è stata costruita in gran parte smembrando (durante la conquista spagnola) monumenti maya per costruire i palazzi della dominazione spagnola (edifici governativi, chiese, monumenti celebrativi): il che sembra abbastanza triste ma da anche alla città un’aria singolare, affascinante. Il mercato è un delirio(come molti mercati in centro America) e vale la pena andarci anche solo per l’atmosfera di caos e vitalità che si respira ed è anche molto grande e ci si trovano chioschi con roba da mangiare a prezzi super stracciati…..come per esempio la +pibil de pollo+ (“pollo” è pronunciato “poglio”), una specie di foglia (di banano?) con avvolto pollo e altre spezie all’interno: cibo tipico di questa parte di Messico. L’ostello in cui sto è appunto una vecchia casa coloniale fatta di cortili uno nell’altro e una grande piscina nel cortile finale, affascinOnte direi.

Il mio viaggio in America Latina

itinerario centr ame

Messico
1.Cancun
2.Isla Holbox
3.Merida
4.Tulum
5.Coba
6.Calakmul
7.Palenque
8.San Cristobal De Las Casas
9.San Juan Chamula
10.Oaxaca
11.San Jose del Pacifico
12.Puerto Angel
13.Zipolite
14.Puerto Escondido

Guatemala
1.Quetzaltenango
2.San Pedro La Laguna
3.Antigua
4.Guatemala City
5.Semuc Champey
6.El Estor (e Finca El Paraiso)

Honduras
1.Copan Ruinas
2.Santa Rosa
3.Gracias
4.La Ceiba
5.Utila

Nicaragua
1.Leon
2.Isla De Ometepe
4.Bluefields
5.Corn Islands
6.Granada

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Sono arrivato in Bulgaria, nel viaggio via terra verso l’Italia, esattamente due anni fa: il 5 dicembre del 2011. Adesso è il 7 dicembre 2012 e sono seduto col portatile sul molo (Muelle de Cabotaje) di La Ceiba (Honduras) in attesa (ormai da alcune ore, visto che ho perso l’imbarcazione precedente per 8 minuti) del traghetto per Utila, l’isola più piccola delle Bay Islands (o Islas de la Bahia che dir si voglia).
Arrivo a Veliko Tarnovo (mia prima fermata in Bulgaria) da Istambul (o istanbul?) in treno. Prima di giungere nella cittadina suddetta il treno ferma a Stara Zagora (altra città bulgara) dove compro , con degli euro che mi sono avanzati da circa un paio d’anni prima, seppure la valuta della Bulgaria sia il lev, il mio primo panino bulgaro, tra i commenti divertiti della signora alla stazione. che per oscuri motivi trova interessOnte il fatto che io paghi in euri (a volte in effetti si ricordano cose non tanto rilevanti xD).
Arrivo a Veliko Tarnovo di sera e mi ospitano delle ragazze(tramite couchsurfing) che studiano lì ma che il giorno dopo devono tornare nella loro città di origine. Guardiamo un film (“Non ti muovere”, in italiano con sottotitoli in inglese) che avevo sul portatile, molto interessOnte e famo due chiacchiere. Il giorno dopo vado un po’ in giro per la cittadina: sustanzialmenD una cittadina tranquilla (MOLTO tranquilla) che ha un castello su una collina come sua “highlight” e qualche chiesa sparsa in giro. Chiese che hanno tutte un’aria insolita rispetto a quelle che in genere ho visto: sembrano tutte nuovissime,come se su tutte avessero dato una mano di pittura bianca molto di recente (o probabilmente sono le chiese stesse che non risalgono a molti anni fa) e soprattutto i dipinti che ci sono all’interno sembrano tutti avere colori molto accesi (quasi “lucidi”, non opachi) e danno un effetto quasi psichedelico forse dovuto al fatto che ciascuna figura (figure sacre: cristo, la madonna, e compagnia bella) sono replicate più volte una accanto all’altro: nel senso che la stessa figura è dipinta come sdoppiata decine di volte in figure identiche (si può vedere in una delle foto di questo post). Il castello dal conto sua ha una lunga strada di accesso e nel momento in cui l’ho visitatato, avvolto com’era nella nebbia, aveva un’aria abbastanza lugubre.
Per il resto strade acciottolate, viottoli, casette a uno o due piani con tetto spiovente. Una città che si potrebbe definire tranquilla, amena: senza traffico, poche macchine, poche persone per le strade, negozi che chiudono presto, eccetera.
La prossima fermata in Bulgaria è Plovdiv, dove mi ospita (ancora tramite il surf del couch xD), un tipo tedesco. Il suggett in questione abita in un palazzo alla periferia della città (ricordo che era l’ultima fermata del pullman), in un’area che sembra tipo di palazzoni popolari, un po’ dismessi. Della sua ospitalità ricordo principalmente lunghe discussioni avanti a litri e litri (letteralmente) di birra: si parla di viaggi, Cina, e un po’ di qualsiasi altra cosa. Plovdiv in se è una città di medie dimensioni, con un paio di musei interessanti (principalmente musei etno-qualcosa dove viene illustrata la vita come era un tempo nell’area, oltre ad eventi storici). C’è una parte della città dove si ha una vista interessOnte su tutta la città sottostante. Ricordo anche la visita a una specie di forte diroccato in una cittadina vicina, che secondo l’opinione del mio ospitante avrebbe dovuto essere molto interessante ma che io sinceramente trovo che sia niente di che.
Intorno al dieci dicembre arrivo a Sofia, capitale bulgara. Mi ospita un tipo del luogo (uno che ho ospitato decine e decine di persone prima di me) e che fa un qualche lavoro che ora non ricordo. Vive solo. Anche lui come l’ospitante di Plovdiv in qualche posto in periferia. Di Sofia ricordo, tra le altre cose, una delle sbronze più pesanti che abbia mai preso: una delle sere che ho passato lì, il tipo di couchsurfing mi ha portato a una festa dove ho sbevazzato da solo qualcosa tipo 3/4 di una bottiglia di vodka. La gente dove mi aveva portato il tipo sembrava interessante, divertente, o forse la mia sbronza epocale era tale da farmeli sembrare in quel modo. Comunque il giorno dopo non ricordavo molto delle fasi della festa successive alle prime due ore: buchi di memoria intervallati da immagini che ometterò per decenza (nonostante “l’imbarazzo in fondo è un residuato dell’ideologia borghese” :D). Sofia è già incredibilmente fredda la sera (non freddissima in realtà, intorno agli zero gradi, ma comunque non una temperatura molto inebriante, diciamo).
Belle, enormi chiese, che hanno la particolarità di essere illuminate da candele vere (invece che elettriche) che danno un’atmosfera affascinante; qualche residuo del comunismo e dei tempi che furono quà e là, tipo un monumento agli eroi del comunismo, qualche parco e grande piazza, un’idea di un interessante intreccio tra oriente e occidente.
Dopo Sofia si parte per Skopje, Macedonia.

Viaggio Cina-Italia via terra: TURCHIA

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Viaggio Cina-Italia via terra: IRAQ (Kurdistan)

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In Iraq ci sono stato ormai esattamente 2 anni fa (grossomodo) ma ne scrivo solo ora…meglio tardi che Zia Amalia oserei dire…

Dopo un travagliato arrivo in Iraq dall’Iran e aver grossomodo dormito mi sveglio a Erbil dove a parte una piazza più o meno piacevole con tante fontane(che si può vedere nella foto qui sopra) non c’è molto.
A sì, la cosiddetta cittadella (seconda,terza, quarta e sesta foto qui sopra) che pare sia stata abitata da 8000 anni fino a tempi molto recenti ma che poi è stata dichiarata monumento nazionale ed è sotto restauro: al momento ci vive una sola famiglia allo scopo di preservare lo status di “abitata-ininterrottamente-da-ottomila-anni”. Fascinating.
Altra cosa abbastanza insolita è che a Erbil vendono dei numeri di telefono (che espongono per strada sui muri o nei negozi di telefonia come si può vedere in un paio di foto qui sopra): sembra che in Iraq (e precisamente in Kurdistan) avere un numero di telefono piuttosto di un altro sia una faccenda piuttosto seria.
Poi dopo un paio di giorni mi dirigo a Sulaymaniyah : sulla strada per le diverse città del Kurdistan mi fermano almeno 2-3 volte a dei check-in per controllarmi il passaporto.Sulaymaniyah sembra una città in rapido cambiamento: stanno sorgendo centri commerciali e nuove costruzioni un po’ ovunque. Degno di nota a Sulaymaniyah è il museo Amna Suraka (curdo per:” Red Intelligence Museum “) che in precedenza era il quartier generale e una prigione sotto il regime di Saddam Hussein e, ovviamente, un posto di feroce repressione della popolazione kurda; i muri dell’edificio sono completamente ricoperti dai fori delle pallottole lasciati durante l’assalto e la “liberazione” dell’edificio seguiti al crollo del regime di Saddam nel Kurdistan iraqeno. Ci sono ricreate le stanze degli interrogatori e le posizioni che le persone potevano assumere nelle celle dove coperte ed altre suppellettili sono state lasciate ancora nella posizione originaria che avevano al momento dell’assalto e liberazione dell’Amna Suraka; ci sono anche dei carrarmati di marca sovietica. E degli ambienti con le pareti e i soffitti completamente ricoperti di tante, piccole lucine, dove ognuna rappresenta una vittima kurda della repressione di Saddam Hussein. E’ una visita molto interessante e sono fortunato a trovare il posto aperto visto che è un giorno festivo e pare l’abbiano aperto solo perchè un gruppo di italiani aveva in qualche modo programmato la visita e io arrivo proprio nel momento in cui anche questo gruppo di persone arriva. Cosa insolita a Sulaymaniyah, visto che è comunque una cittadina non chissà quanto grande, è che ho l’impressione che ci siano pizzerie con nomi italiani un po’ ovunque(come si può vedere nella decima foto qui sopra in questo post: Pizzeria Lavo , interessOnte).
Poi mi reco a Dohuk : non mi pare ci fosse molto a parte un ristorante che quando ordini un kebab ti porta una porzione enorme di roba (olive, pasta, insalate, salse) come si può vedere nell’ultima foto in questo post.

Dall’Iraq passo il confine con la Turchia e mi dirigo a Gaziantep, città turca a qualche ora dal confine.

Viaggio Cina-Italia via terra: passaggio del confine tra IRAN e IRAQ

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La sera del 7 novembre 2011 parto da Teheran (Iran) diretto in Iraq e per l’esattezza nel kurdistan iracheno , che è l’unica zona dell’Iraq alla quale gli stranieri possono accedere.
Per questa zona dell’Iraq, il Kurdistan, gli stranieri possono ricevere un visto (timbro sul passaporto) al confine e stare per 10 giorni (estendibili).
La serata a Teheran il 7 novembre è fresca(esticazzi) e io mi preparo ad una nottata in pullman, diretto a Urmia (chiamata anche Urumiyeh), nel nord dell’Iran: il pullman giunge a destino alle 5 di mattina, ho un sonno pazzesco e le lenti a contatto con le quali ho dormito per svariate ore nel pullman sono quasi un tutt’uno con gli occhi: ho la vista offuscata quando arrivo a Urmia e soprattutto, con mia enorme sorpresa….nevica! E io ho un freddo pazzesco…..la temperatura quando sono partito da Teheran era intorno ai 15 gradi dio ca’ , mi si sta quasi congelando la punta della brioche.
Comunque, da Urmia prendo un altro pullman per Piranshar, 130 chilometri, circa 2 ore di viaggio.
Una volta arrivato a Piranshar, ho bisogno di fare altre 10Km per arrivare al confine Iran-Iraq e mi era stato detto(letto su qualche forum su Internet) che non ci fossero mezzi di trasporto fino al confine e così decido di prendere un taxi, non senza togliermi dalla testa che sto per prendermi una inculata pazzesca (prezzo assurdo del taxi): fortuna vuole che mentre sono nel taxi per andare al confine cominci a nevicare copiosamente, la strada è ostruita.. e il cristo autista di taxi(senza catene) ritorna da dove era partito e io mi prendo un pullman per la decina di chilometri rimanente, che pago un decimo del costo del taxi e col quale finalmente giungo al confine: a questo punto credo di essere arrivato ma è quì che inizia il calvario….4 ore di attesa (2 al confine iraniano e altre 2 all’arrivo in Iraq)!! In particolare, all’arrivo in Iraq, al punto di confine di Haji Homaran, è un delirio senza eguali, dato dal fatto che ci sono centinaia di persone in attesa di entrare in Iraq e non c’è nessun ordine: tutti che spingono e si ammassano per arrivare prima al gabbiotto dove sarà esaminato il proprio passaporto; ma io, temprato da anni di vita in Cina, e avvezzo a questo tipo di situazioni da folla scomposta e maleducata penso: tzè! dilettanti! e riesco a farmi timbrare il passaporto non perdendo più ore del necessario (ehm). Arrivato finalmente in Iraq, prendo un pullman che mi porta ad Erbil, capitale della regione del Kurdistan iracheno. Arrivo, ma mi accorgo che nessuna delle mie (due) carte sembra funzionare per prelevare nei bancomat di Erbil….ed essendo arrivato in un paese di lingua araba, inizio a bestemmiare tutti i santi in arabo (mi pare logico, no?). Poi, avendo letto (mi pare) sul sito della mia carta di credito cinese un indirizzo dove dovrebbe esserci un bancomat funzionante, decido di prendere un taxi che mi porti a tale indirizzo…il tassista non conosce il posto e quindi mi porta a un centro commerciale (tale majid mall ) intanto il buio è calato, ormai è notte e io sono sfinito da 24 ore di viaggio. Comunque, mi accompagna a tale centro commerciale, vado ai bancomat (4 bancomat) e provo la carta cinese(Unionpay): primo bancomat….non funziona…secondo bancomat….non funziona..terzo bancomat…non funziona…..quarto bancomat..non funziona ….inizio a sudare freddo e intanto decido di provare con la carta Visa sulla quale però non ho molto….al terzo bancomat finalmente la cazzo di carta Visa mi fa ritirare….era un bancocazz della Bank of Baghdad….sia loRdata la banca di baghdad e la Visa…..la notte la passerò in un hotel a caso dove mi porta il tassista…..una stanza con quattro letti (quattro!) che devo pagare tutta (mi dicono che è l’unica disponibile!). Esco, mi vado a fare il kebab di rito e il kebabbaro dopo aver chiesto di dove sono e aver appreso che sono Italiano comincia con le esclamazioni di rito: “Italy”, “Del Piero!” , “Juventus!”, “Ac Milan!”.
Welcome to Iraq, bitch…. ..and (finally) goodnight…zzzzzzzzz…..