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Quello che mi passa x la capoccia….

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NICARAGUA: Da Ometepe alle Corn Islands

questo lo avevo scritto a Dicembre 2013 ma aspettavo di pubblicare prima parti precedenti del viaggio in America Latina (centro America) ma visto che non l’ho mai fatto, lo pubblico ora (5 Agosto 2015).

Rama. imbarco per Bluefields

Rama. imbarco per Bluefields

panga da Rama a Bluefields

panga da Rama a Bluefields

la "amena" cittadina di Bluefields in Nicaragua

la “amena” cittadina di Bluefields in Nicaragua

la nave cargo Captain D da Bluefields a big Corn Island

la nave cargo Captain D da Bluefields a big Corn Island

la piu' piccola delle due "Corn Islands": islita

la piu’ piccola delle due “Corn Island”: islita

la piu' piccola delle due Corn Islands: islita

la piu’ piccola delle due Corn Islands: islita

la piu' piccola delle due Corn Islands: islita.  Dal portico di un bar.

la piu’ piccola delle due Corn Islands: islita. Dal portico di un bar.

Arrivare da Ometepe (isola nel Lago de Nicaragua, nel sud del Paese) alle Corn Islands via terra è
una impresa che richiede un’ottima dose di determinazione (e una buona scorta di pazienza e di
“prenderla-come-viene”): I trasporti per parte del (lungo) viaggio spesso cambiano orari di partenza
senza preavviso ed è difficile calcolarne I tempi. Lascio Santa Cruz, vicino all’istmo (se dice così?),
che collega le due parti dell’isola di Ometepe (a forma di otto) verso le 8 di mattina, in un minibus insieme ad altri dell’ostello (Little Morgan, un’ostello senz’altro “affascinOnte”).
Ho ancora sintomi della sbronza della sera prima e il rincoglionimento per una sveglia alle sette di
mattina si fa sentire. Comunque, alle 9 prendo il traghetto da Moyogalpa (uno degli insediamenti
più grandi dell’isola, l’altro è Altagracia) a San Jorge. Ad aspettarmi nella cittadina del santo Giorgio
c’è un pullman (uno dei soliti “chicken bus”, scuola bus -nord- americani in disuso
adattati a trasporto locale) che mi porta a Managua (capitale-dove-non-c’è-un-cazzo-da-vedere del
Nicaragua) da dove prendo un taxi (con la solita contrattazione: “120 cordoba” “….nooo 50 cordoba!”
“bueno, 80 cordoba amigo…” , “no, no…” [e faccio per andarmene], “esta bien, esta bien, 60 cordoba!” eheheheheh anni di Cina hanno affinato “the art-of-contrattazzziooon”) per El Mercado Mayoreo da dove dovrei prendere il bus che mi porta a El Rama (città fluviale, porta per la costa caraibica): il fatto è che sono l’una e mezza di pomeriggio e come mi dice il bigliettaio al terminal dei pullman il prossimo pullman per Rama è alle 18.30: cinque ore dopo! (forse perchè è domenica I trasporti sono ridotti) Essenzialmente mi girano I coglioni e per altro la pillola anti mal di mare (o mal di lago dovrei dire) che ho preso prima di partire dall’isla de Ometepe porta la mia sonnolenza e rincoglionimento a picchi inesplorati. In ogni modo, decido di mangiare, avvolto da questo mio stato di trance e poi vedere come fare: mangio in un comedor (un posto dove si magna inZomm’) lurido e per la prima volta da quando sono arrivato in centro-America ho l’impressione di una povertà diversa da quella che avevo visto fin’ora: avevo sempre avuto il senso di un caos gioioso, di una povertà che allo stesso tempo si esprimeva in allegria e rilassatezza ma al Mercado Mayoreo a Managua ho l’impressione di una disperazione e di una durezza di una condizione sociale iniqua che prima non avevo avvertito.
In tutti I modi, dopo mangiato, vado in giro per lo stazionamento dei pullman e chiedo a un autista di microbus se sa di un bus per Rama prima delle 18.30 (o forse un minibus)…lui dice che va a Juigalpa (sentendolo mi sembrava “uigalpa”) che è sulla via per Rama e da lì forse posso trovare un passaggio: io ancora in stato di atroce stordimento non capisco un cazzo di quello che dice e penso che possa portarmi direttamente alla mia meta finale e salgo sul microbus: ‘sto coglione invece non mi porta manco a Juigalpa ma pur avendomi fatto pagare il biglietto intero (in ogni caso solo 77 cordoba, 2 euro) mi fa scendere 1 ora prima dicendo “eccolo! È il bus diretto per Rama!” ma quando salgo sul suddetto “chicken bus” scopro che va a Juigalpa e non a El Rama. MANNAGGIA DIO! La bestemmia contro il suddetto figlio di zoccola imperversa ma in ogni modo arrivo a Juigalpa verso le 3 e un quarto e dopo circa mezz’ora prendo un pullman per Nueva Guinea, un posto sperso in mezzo alla foresta, nel Nicaragua centro-orientale. Chiedo dove scendere per cambiare nuovamente pullman per arrivare all’agognata meta finale e mi viene ripetutamente detto “alla curva!” , “alla curva!” e io penso: “ma che minchia è sta curva?”, ma comunque dopo un paio d’ore di viaggio in piedi su un pullman sovraffollato (e pieno di studenti universitari) arrivo alla famosa curva che altro non è che una deviazione per cui da una parte si va a Nueva Guinea e dall’altra e El Rama. E alla curva suddetta mi aspetta il pullman per El Rama che arriva prima delle 7(di sera): altro viaggio di un paio d’ore in piedi(meglio del bus delle 18.30 da Managua che arrivava dopo mezzanotte comunque). A El Rama, cittadina fluviale spersa da qualche parte in Nicaragua, presa una camera in un “albergo” per 200 cordoba(meno di 6 euro per una camera piccola ma decente, con perfino il bagno in camera), mi reco al molo dove compro il biglietto per la “panga” che il giorno dopo mi porterà a Bluefields(250 cordoba, 7 euro). Magnato il solito gallo pinto(fagioli e riso, sUstanzialmend) con una qualche carne con salsa di jalapeno, più qualche patata ripiena di formaggio (il tutto per meno di 3 euro), decido di dormire, visto che la partenza della panga il giorno dopo è prevista per le 5.30 di mattina. Una panga sostanzialmente è una bagnarola galleggiante lunga quattro metri e larga due con delle assi sistemate in mezzo dove sono sedute (stipate) ‘na ventina di persone: il viaggio in panga è una cosa che diciamo mi da l’impressione di essere un immigrato albanese in viaggio verso l’Italia (ma in realtà sono in viaggio da Rama a Bluefields) e comunque il viaggio sul fiume è piacevole e il panorama fluviale interessante (mi ricorda il Vietnam o qualche giungla nel sud-est asiatico) e si vedono perfino alcune case di legno costruite sul bordo del fiume, nell’isolamento più totale (immagino niente corrente elettrica, telefono, eccetera). Il viaggio è piacevole almeno fin quando non inizia a piovere a dirotto e ci viene dato un telo di plastica che copre tutta l’imbarcazione e che I passeggeri devono mantenere con le mani per non farlo volare via: una scena che mi sembra anche abbastanza ridicola. Con il cielo che manda giù acqua a secchi arrivo a BlueFields circa 1 ora e quaranta minuti dopo la partenza (verso le 8 meno dieci di mattina) e vicino al molo di arrivo un tipo in impermeabile giallo mi accompagna al molo da dove dovrebbe partire la nave cargo per le Corn Island: sto tipo insiste per vendermi il suo impermeabile per 20 cordoba e continua a chiamarmi “messicano” che non so se sia un modo comune di chiamare gli stranieri in questa parte di mondo o se veramente mi ha preso per messicano. Rifiuto l’impermeabile ma gli do lo stesso le 20 cordoba (ben 50 centesimi di euro) ma la nave cargo per le Corn Island non c’è: parte di mercoledì (e al momento è lunedì), mi tocca aspettare 2 giorni a Bluefields, una città portuale che col suo trambusto e gente affaccendata in ogni tipo di attività mi ricorda(come atmosfera) un misto tra qualche quartiere popolare di Napoli, spruzzato con un’aria languida e dismessa di marca caraibica. A BlueFields la gente (qualcuno) parla anche inglese, eredità della dominazione britannica. Inglese che in realtà è un creolo che mi fa pisciare dalle risate (è un accento inglese alquanto strano).
Comunque sembrano tutti molto affabili, disponibili, alla mano.
Finalmente, due giorni dopo, viene il momento per la nave cargo (la “Captain D” o qualcosa del genere) di partire: la partenza è prevista per le 11.00 del mattino da Bluefields: arrivo al molo verso le 10 e la nave è arrivata (credo) non molto tempo prima da Rama ed è stracolma di casse di Tona (una delle due birre del Nicaragua), altra roba e una dozzina di maiali. Le operazioni di carico e scarico vanno avanti per almeno altre due ore e per le 12.00 finalmente parte. Tempo un ora o poco più e si ferma a El Bluff, dall’altra parte della baia, verso l’oceano e il motivo per cui si ferma….è..che….è a corto di carburante! Quindi intanto che il carburante viene pompato nella nave (un’imbarcazione non troppo grande alla quale nel frattempo sono state aggiunte altre casse di merce, porci,qualche veicolo e una cinquantina di persone) arriva gente con delle barche che dalla fiancata del Captain D inizia a mandare sopra altri maiali, un televisore, qualche scatolone, valige varie, eccetera…in ogni caso, dopo circa un’ora finalmente la nave riparte…ma dopo 10-15 minuti torna ad attraccare di nuovo nello stesso punto e il motivo ora è che devono caricare una decina di barili di benzina: passa un’altra ora (o forse due) e intorno alle 4 di pomeriggio finalmente parte definitivamente per le Corn Islands: il viaggio procede abbastanza tranquillamente (l’imbarcazione è abbastanza grande e il mare non è tanto agitato, quindi sobbalza molto poco), quindi tutto procede bene se non fosse per la musica oscena (sostanzialmente le stesse 4,5 canzoni che continuano a mandare a ripetizione) e un soggetto che non so se ubriaco o non al 100% col cervello che continua a urlare (o “cantare”) cose insensate e ad arrampicarsi sull’albero della nave tra le bestemmie dei marinai che tentano di convincerlo a scendere. Dopo altre 6 ore (e 10 ore dopo la partenza da Bluefields), verso le 10 di sera arriva a (big) Corn Island. Notte passata nel primo albergo(leggi bettola) affianco al porto e la mattina dopo panga per Little Corn Island (20 minuti).
Impressioni su Little (Corn) Island (anche detta islita) ? Non ci sono automobili, ci sono due strade in tutto che vanno intorno l’isola (delle sorta di marciapiedi-sentieri), sabbia bianca, spiagge(poche), palme da cocco, banani, qualche ristorante e bar e un paio di dive center. Tutto molto lento, rilassato….nessuno ha fretta di andare da nessuna parte. Ho la fortuna di beccare un paio di giorni soleggiati nella piovosissima costa caraibica del Nicaragua…yes, bitch! Un paio di giorni di panza al sole, mare e latte di cocco all’ombra delle palme della islita che sì, scenograficamente è veramente da urlo, esattamente come uno immaginerebbe un “paradiso tropicale” (tropicale? Vabbè..). Salute

 

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